Mario Guagliano nella sezione “l’opinione” della rivista Lamiera scrive:
..”queste righe prendono spunto da una discussione che mi è capitato di sostenere di recente con due giovani svedesi, venute a Milano nell’ambito di uno dei programmi di scambio di studenti ormai molto popolari tra gli studenti di tutta Europa, iscrittesi a un corso da me tenuto. Sfogliando il loro curriculum, mi sono accorto che nel paese d’origine frequentavano uno dei corsi di laurea in design. Sorpreso, mi sono chiesto come mai, da una blasonata università svedese, venissero a Milano per frequentare un corso destinato agli studenti di ingegneria meccanica. Così ho fatto il curioso e ho rivolto direttamente a loro la domanda. Il colloquio che ne è derivato è stato molto divertente e formativo.
Mi sono reso conto, infatti, della loro familiarità con concetti più propriamente ingegneristici: non solo ergonomia, innovazione, creatività (da sempre cavalli di battaglia dei designer) ma anche design for assembly, design for manufacturing, time to market reduction e così via.
E non solo da un punto di vista qualitativo, ma anche a livello di formule in grado di quantificare il beneficio ottenibile attraverso l’impiego di questi approcci di progettazione. Per esempio, non confondevano il design for assembly con le regole di buona progettazione da sempre riportate nei manuali, ma sapevano anche confrontare, in termini di costo totale, l’incidenza della tecnologia di assemblaggio scelta. Insomma, dimostravano di avere una formazione orizzontale con connotati ingegneristici.
Stupito, ho ripreso in più occasioni il discorso e mi sono reso conto del fatto che in Svezia (e, forse più in generale, nei paesi del nord Europa), il ruolo del design e del designer è diverso da quello che viene attribuito in Italia.
Qui, la percezione che si ha del design e dei designer è diverso da quello che viene attribuito in Italia, forse non a livello accademico (dove ci sono dei colleghi che potrebbero, per così dire, insegnare in Svezia), ma più frequentemente nelle aziende, è quella di uno strumento utile per dare maggiore valenza estetica al prodotto, rendendolo più appetibile. Ciò deriva probabilmente, dalla tradizione tipicamente italiana che associa il design alla moda, attribuendogli, conseguentemente, un valore relativo alla solo apparenza esteriore.
E, del resto, un designer (italiano) mi confermava che tante volte le aziende si rivolgono a lui solo per rinnovare l’aspetto esteriore del prodotto, sia esso una macchina utensile o un bene di largo consumo. Un tale modo di percepire e di utilizzare il design è, almeno a mio parere, fortemente riduttivo e di corto respiro: non si possono coprire con un telo delle carenze tecniche. In altri paesi il design è quello descritto dalle studentesse svedesi: uno strumento di valorizzazione estetica, ma ancor di più, uno strumento per la definizione di un prodotto innovativo, in grado di renderlo più competitivo grazie ad un miglior utilizzo delle tecnologie di ottenimento, a una riduzione dei componenti che lo costituiscono e, quindi, a una minor incidenza dei costi di montaggio.
Insomma uno strumento a 360° per ridurre i costi di prodotto, grazie al quale, attraverso la riformulazione estetica di un bene, si raggiungono importanti economie di produzione. Uno strumento il cui punto d’arrivo è valorizzare le valenze tecnologiche di un bene attraverso la sua esteriorità. So che il mio è un punto di vista discutibile, che non tutti condivideranno. Altri sosterranno che posso aver ragione ma che il cambio di mentalità deve partire dal sistema educativo, e quindi dall’università. Ciò può essere vero, ma sicuramente una maggiore sensibilità delle aziende verso questo aspetto faciliterebbe il cambiamento. Ancor più, una maggiore collaborazioine e interazione tra i designer e i tecnici permetterebbe di ottenere delle sinergie con risultati importanti”.
Fonte: Rivista “Lamiera” maggio 2010 autore Mario Guagliano